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Liste d’attesa infinite? A Varese succede il contrario: più visite, più esami… eppure il telefono continua a squillare

  • Immagine del redattore: QuiPrealpi
    QuiPrealpi
  • 18 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un paradosso che a Varese sta facendo discutere più di un derby calcistico: gli ospedali aumentano visite, esami e ambulatori serali, ma le liste d’attesa continuano a sembrare eterne. Come è possibile?

La risposta prova a darla Mauro Moreno, direttore generale di ASST Sette Laghi, che fotografa una situazione molto meno semplice di quanto sembri dal di fuori.

Perché il problema, a quanto pare, non è soltanto “fare più prestazioni”.

Il punto è che, appena ne fai di più, arrivano ancora più richieste.


Liste d’attesa infinite? A Varese succede il contrario: più visite, più esami… eppure il telefono continua a squillare

E i numeri raccontano davvero un’accelerazione importante.

Nei primi tre mesi del 2026 l’azienda sanitaria varesina ha registrato quasi 2.400 prestazioni ambulatoriali in più rispetto allo stesso periodo del 2025.

Le prime visite sono aumentate del 10%, mentre le risonanze magnetiche hanno fatto addirittura segnare un +24%.


Tradotto: gli ospedali stanno lavorando di più. Molto di più.


Non solo nei classici orari da ufficio. Oggi alcuni ambulatori restano aperti fino alle 20, mentre specialità come cardiologia, oculistica ed endoscopia lavorano anche il sabato.

L’otorino riceve pazienti in fascia serale e la dermatologia ha registrato una crescita impressionante di attività.


Ma allora perché i cittadini continuano a percepire tempi lunghi?


Il motivo, spiegano dalla direzione, è che il sistema sanitario regionale funziona come un enorme imbuto condiviso.

Se ASST Sette Laghi apre nuove disponibilità, quelle agende diventano prenotabili anche da pazienti provenienti da altri territori lombardi.

Quindi l’aumento dell’offerta non resta confinato ai soli residenti del Varesotto.


E c’è un secondo effetto, ancora più curioso: quando aumentano gli appuntamenti pubblici, molti cittadini che prima pagavano privatamente tornano a prenotare tramite il servizio sanitario. Una buona notizia per le tasche delle famiglie, meno per le statistiche sulle code. Perché ogni rientro nel sistema genera nuove prenotazioni e mantiene alta la pressione sulle liste.


Nel frattempo Regione Lombardia ha deciso di mettere sul tavolo altri 91 milioni di euro per cercare di alleggerire il problema, con oltre 61 milioni destinati alla specialistica ambulatoriale. Una quota importante interesserà anche il territorio di ATS Insubria, con centinaia di migliaia di prestazioni aggiuntive affidate pure ai privati accreditati.


Eppure il nodo vero resta il personale.


La sanità italiana continua infatti a fare i conti con la carenza di specialisti in molte discipline. A Varese pesa anche la concorrenza della Svizzera, dove stipendi e condizioni economiche risultano spesso più vantaggiosi rispetto agli ospedali italiani.

Un problema che da queste parti conoscono fin troppo bene.


Come se non bastasse, ASST Sette Laghi deve coordinare sei ospedali distribuiti sul territorio: una ricchezza per la vicinanza ai cittadini, ma anche una macchina organizzativa enorme che richiede personale, turni e risorse sempre più difficili da trovare.


La vera svolta potrebbe arrivare dall’8 giugno 2026, data in cui entrerà in funzione il nuovo CUP regionale. Il sistema promette di eliminare una delle pratiche più diffuse: le prenotazioni multiple della stessa visita in ospedali diversi, che finiscono per bloccare posti inutilmente. Inoltre gli operatori potranno verificare più facilmente disponibilità anche in altre strutture lombarde, migliorando la gestione complessiva delle agende.


Intanto si lavora pure sulle liste chirurgiche. Obiettivo: “ripulire” i dati e capire quanti pazienti siano realmente ancora in attesa, così da programmare meglio sale operatorie e priorità, soprattutto nei casi oncologici e più urgenti.


E sullo sfondo c’è il grande progetto delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità previsti dal PNRR.

La scommessa è alleggerire gli ospedali tradizionali spostando sul territorio una parte delle cure, soprattutto per cronicità e assistenza di prossimità.


Ma qui entra in gioco un altro fattore: cambiare le abitudini dei cittadini richiederà tempo.


Insomma, il quadro che emerge è molto meno lineare di quanto sembri.

Più visite non significa automaticamente meno attese.

Anzi, in certi casi succede l’esatto contrario.


E forse è proprio questo il dettaglio che nessuno si aspettava.

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