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Varese, la verità che nessuno dice sulla sicurezza: “Più pattuglie non bastano. I problemi si governano”

  • Immagine del redattore: QuiPrealpi
    QuiPrealpi
  • 11 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è una frase che, da sola, spiega più di cento post indignati sui social, mille commenti da bar e una campagna elettorale intera: “I fenomeni sociali non si reprimono, si governano”.

A dirla non è un sociologo da salotto né un teorico delle conferenze TED.

È Raffaele Catalano, assessore alla Polizia Locale di Varese, uno che arriva da anni passati tra ordine pubblico, Digos, ultras, tensioni di piazza e territori dove la parola “sicurezza” non è uno slogan da manifesti ma roba concreta.

E infatti il punto da cui parte è quasi spiazzante: Varese non è la Gotham City che qualcuno racconta.


Varese, la verità che nessuno dice sulla sicurezza: “Più pattuglie non bastano. I problemi si governano”

Criminalità reale contro paura percepita: la partita vera si gioca qui

I numeri, dice l’assessore, parlano abbastanza chiaro: il livello di criminalità denunciata nel capoluogo non è fuori controllo.

Però attenzione, perché qui arriva il nodo che spesso manda fuori strada il dibattito pubblico: la percezione di insicurezza.

Tradotto: puoi vivere in una città statisticamente non pericolosa ma sentirti comunque vulnerabile.

Succede quando una piazza appare abbandonata, quando una stazione diventa sinonimo di degrado, quando certi episodi si accumulano nella memoria collettiva più dei dati ufficiali.

Ed è qui che nasce l’equivoco eterno: molti pensano che il Comune possa fare tutto.

Non è così.


“Il Comune non è un film americano”: chi deve fare cosa

Catalano lo dice senza girarci troppo attorno: il controllo del territorio h24 spetta a Polizia di Stato e Carabinieri. Non alla Polizia Locale.


Il Comune, invece, si muove su altri fronti:

  • videosorveglianza;

  • decoro urbano;

  • prevenzione;

  • contrasto al degrado;

  • legalità urbana.


Sembra una distinzione tecnica, ma cambia completamente il quadro.

Perché spesso la politica locale viene caricata di responsabilità che, formalmente, appartengono allo Stato.

E nel frattempo le forze dell’ordine fanno i conti con organici sempre più ridotti.

Mettere insieme pattuglie continue su tutti i quadranti della città, spiega l’assessore, sta diventando complicato ovunque. Non solo a Varese.


Daspo urbani, controlli e stazioni: cosa sta facendo davvero la Polizia Locale

Dietro la narrativa del “non fanno niente” ci sono però numeri che raccontano altro.

Nel 2025 i Daspo urbani emessi sono aumentati sensibilmente rispetto all’anno precedente. Crescono anche i controlli nei parchi, nelle stazioni e nelle aree considerate più delicate.

Particolarmente significativa la linea dura su due comportamenti che a Palazzo Estense fanno saltare la mosca al naso:


  • uso del cellulare alla guida;

  • parcheggi sugli stalli per disabili.


Sul primo fronte sono state utilizzate anche pattuglie in borghese. Sul secondo la filosofia è semplice: tolleranza zero.

Perché il messaggio politico è chiaro: il disagio sociale va governato, ma chi infrange le regole paga.


Piazza Repubblica e il grande equivoco della sicurezza “muscolare”

Poi c’è il tema simbolico di Varese: Piazza Repubblica.

Per anni trattata come epicentro di problemi, paure, polemiche e ricette miracolose annunciate ogni sei mesi.

Qui Catalano introduce un concetto che in Italia fatica sempre a entrare nel dibattito pubblico: l’urbanistica della sicurezza.

Detta semplice? Una piazza vuota, senza funzioni, senza persone, senza attività e senza vita tende a degradarsi. Una piazza vissuta invece si controlla quasi da sola.

È il motivo per cui l’amministrazione sta puntando su:


  • recupero della Caserma Garibaldi;

  • spazi culturali;

  • studentato diffuso;

  • mercato riportato in piazza.


Non è solo estetica urbana. È strategia sociale.

E qui arriva la stoccata più interessante: le risposte emotive, prese sull’onda del clamore del momento, spesso servono più a mostrare muscoli che a risolvere problemi.


La sicurezza partecipata che funziona più delle urla online

Mentre sui social si combattono guerre nei commenti, sotto traccia cresce un modello molto meno rumoroso ma probabilmente più efficace.

I gruppi di controllo del vicinato sono aumentati. Ma soprattutto si stanno moltiplicando i gruppi tra commercianti che segnalano criticità e movimenti sospetti direttamente alla Polizia Locale.

Una rete diffusa, meno spettacolare dei post indignati, ma molto più concreta.


“La paura è un’arma politica potentissima”

Ed è forse qui che il discorso dell’assessore diventa più delicato.

Perché parlare di sicurezza significa parlare di emozioni.

E la paura, si sa, funziona benissimo politicamente.


Catalano usa un’immagine chirurgica: chi governa questi temi deve evitare il coinvolgimento emotivo totale, altrimenti rischia di sbagliare diagnosi.

Per questo insiste su un punto che farà discutere: certi fenomeni non spariscono semplicemente aumentando pene o repressione.


Vale per il disagio urbano. Vale per certe dinamiche sociali. Vale perfino per il tifo violento, che lui ha conosciuto da vicino.


Governare non significa arrendersi.

Ma nemmeno fingere che basti gridare “più sicurezza” per cambiare la realtà nel giro di una settimana.

E forse è proprio questo il passaggio più scomodo da accettare: tra il “va tutto bene” e il “siamo nel caos totale” esiste una zona grigia molto meno urlata.

Ma decisamente più reale.

 

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